XXIX Domenica del Tempo Ordinario - Anno A
Di chi sei? Il tranello di Cesare e l’impronta di Dio
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 22, 15-21)
In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare».
Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
Parola del Signore.
Commento di don Michele Sciotti
Fratelli carissimi,
Ci sono frasi di Gesù che hanno letteralmente spaccato in due la storia umana. Quella di questa domenica è forse la più celebre, ma anche la più fraintesa: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
Per capire la potenza di queste parole, dobbiamo guardare la trappola mortale che avevano teso a Gesù. Quel giorno si presentano da Lui due gruppi che normalmente si detestavano: i farisei, nazionalisti e contrari a Roma, e gli erodiani, da sempre collaborazionisti fedeli all’Impero. I due gruppi erano nemici giurati nella vita, ma alleati pur di eliminare Gesù. Gli pongono una domanda al vetriolo: «È lecito o no pagare il tributo a Cesare?».
Riuscite a capire il tranello? Se Gesù dice «Sì, pagatelo», i farisei grideranno al popolo che è un traditore della patria, venduto agli invasori pagani. Se dice «No, non pagatelo», gli erodiani correranno dal governatore romano ad accusarlo di insurrezione e sedizione politica. Qualunque cosa Gesù risponda, di fatto è spacciato.
Ma Gesù, che scruta i cuori, li smaschera subito: «Ipocriti, perché mi tentate?». E non risponde con un trattato politico. Chiede una cosa semplicissima: «Mostratemi la moneta del tributo». Gli portano, così, un denaro d’argento. E Gesù domanda: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?». Rispondono: «Di Cesare». Ed ecco il colpo di genio che manda all’aria il complotto: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
In un istante, Gesù compie una vera e propria “rivoluzione copernicana”, inventando, di fatto, la distinzione tra religione e politica. Fino ad allora, per tutti i popoli antichi, lo Stato e la divinità erano fusi: l’imperatore era un dio e la religione era un affare di Stato. Israele stesso sognava una teocrazia terrena. Gesù invece separa i due piani: c’è un Regno di Dio che è in questo mondo, ma non è di questo mondo; un Regno che non ha bisogno di eserciti o di monete per avanzare.
Attenzione, però: Gesù non sta dicendo che Cesare e Dio sono sullo stesso livello! Non sono due padroni alla pari. Cesare stesso – ci ricorda la Scrittura nel Libro della Sapienza – è una creatura che dovrà rendere conto a Dio del suo operato: questo perché il Creatore è il sovrano di tutti, potenti compresi.
Cosa significa allora dare a Cesare quel che è di Cesare? Significa: date a Cesare ciò che Dio stesso vuole che sia dato a Cesare. E cosa gli spetta? San Paolo, nel capitolo 13 della Lettera ai Romani, lo spiega con un realismo impressionante: l’onestà civica, il rispetto delle leggi giuste, il pagamento leale dei tributi. E badate: Paolo lo chiedeva verso uno Stato pagano che presto avrebbe perseguitato i cristiani a morte!
Pagare le tasse, infatti, è un dovere di giustizia sociale: garantisce (o, almeno, dovrebbe garantire) le strade, gli ospedali, i servizi, la difesa dei poveri. L’evasione fiscale grave — ce lo ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica — non è una furbizia: è un furto compiuto non contro un’entità astratta, ma contro la comunità, contro il bene di tutti.
Ma c’è un confine invalicabile che Cesare non può superare: la coscienza. A Cesare puoi dare la moneta, ma a Dio devi dare l’anima! Questo perché la sentenza pronunciata di Gesù, presa nel contesto delle Scritture, assume una chiarezza impressionante, che si gioca proprio sul concetto dell’immagine: la moneta appartiene a Cesare perché porta l’immagine di Cesare, ma è l’uomo che porta l’immagine di Dio; dunque, l’uomo e la sua coscienza appartengono a Dio solo!
Quando lo Stato calpesta la legge divina, quando pretende di stabilire chi ha diritto di vivere e chi no, quando chiede di piegare la verità alla menzogna, il cristiano ha il dovere morale di resistere. Nei tribunali della storia non vale la scusa del «ho solo eseguito gli ordini dei superiori». Prima di obbedire agli uomini, bisogna obbedire a Dio. La tua coscienza non appartiene a nessun partito, a nessun governo: appartiene al tuo Creatore.
Guardiamo la storia: per trecento anni i primi cristiani vissero in clandestinità, perseguitati, in diaspora. Come scriveva stupendamente la Lettera a Diogneto: «I cristiani sono nel mondo ciò che l’anima è nel corpo». Disseminati ovunque, senza potere politico, ma capaci di cambiare il mondo con la sola forza della carità e del martirio.
Poi è venuto Costantino e, con lui, l’Impero è diventato cristiano. Sono arrivati grandi benefici, certo, ma anche compromessi, sete di potere, mondanità spirituale, al punto che molti credenti dovettero fuggire nel deserto — inventando il monachesimo — per ritrovare la purezza del Vangelo.
Oggi, cari amici, siamo tornati in quella condizione originaria: siamo di nuovo in diaspora. Non siamo più la maggioranza che detta legge. E forse è una grazia provvidenziale, perché ci costringe a non confidare nei palazzi del potere, ma a essere sale della terra e lievito nella pasta.
E come possiamo incidere nella società? Difendendo la vita dal suo sbocciare al suo termine naturale, custodendo la famiglia, stando accanto agli ultimi. Ma c’è soprattutto un contributo urgente che dobbiamo dare: il metodo, lo stile. In una società avvelenata dall’odio verbale, dal sarcasmo, dalla rissa continua tra tifoserie politiche, il discepolo di Cristo deve portare mitezza, rispetto, verità detta con amore. Scendere all’insulto e alla volgarità è indegno del Vangelo.
Chiudiamo con una domanda scomoda: noi preghiamo per chi governa? È facile criticare i politici dal divano, lamentarsi di ciò che non va. Ma san Paolo scriveva a Timoteo: «Vi raccomando che si facciano preghiere e suppliche per tutti i re e per quelli che stanno al potere, per poter condurre una vita calma e dignitosa». Lo facciamo? Prima di giudicare, abbiamo piegato le ginocchia per chiedere luce su chi ha responsabilità pubbliche?
Ecco il messaggio che portiamo a casa questa domenica: guarda la moneta: c’è la faccia di Cesare, e a lui puoi dare il denaro. Ma ora guarda il tuo cuore: di chi è l’immagine impressa dentro di te? Sei stato creato a immagine e somiglianza di Dio: non venderti a nessun idolo di questo mondo, ma consegna la tua libertà, le tue scelte e la tua vita all’unico Signore della storia.