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Vangelo di Domenica 27 settembre 2026

XXVI Domenica Tempo Ordinario - Anno A

Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù.

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 21, 28-32)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Parola del Signore.

Commento di don Gabriele Dipaola

Le letture di questa domenica si prestano a diverse interpretazioni e non è facile cogliere il motivo fondamentale che le unisce. Eppure, sia la prima lettura tratta dal libro del profeta Ezechiele, sia il passo evangelico di Matteo sono di una ricchezza straordinaria se si tiene conto dei contesti. Il filo rosso che percorre le due letture potrebbe essere rinvenuto in un’ammonizione: all’uomo, distratto e incapace di afferrare l’appello di Dio che coinvolge la sua esistenza, la parola di Dio ricorda la serietà del momento e dell’ora e l’urgenza di una scelta responsabile.

Il primo figlio, alla richiesta del padre, risponde subito di sì: sembra onesto e obbediente ma in realtà gli interessa solo compiacere suo padre a parole, mentre il suo cuore è lontano da Lui. È ammantato di ipocrisia. Quante volte anche il nostro atteggiamento è intriso di perbenismo esteriore: ci mostriamo bravi osservanti della legge, ci mostriamo esteriormente dei buoni cristiani ma è solo una maschera. Eppure:

«con Dio non si può barare, non serve a nulla coprire e fingere... Con Dio serve soltanto essere nella verità, vivere nella verità, fare la Verità. Non ci si salva infatti con l'apparenza, con le belle parole o con la veste del giusto: occorre essere giusti davvero, occorrono i fatti!» (card A. Comastri).

«Chi si trova in questo stato deve avere il coraggio di pronunziare un "sì" autentico e non solo di superficie, un "sì" che non nasconda al suo interno un "no" reale e decisivo (card. Gianfranco Ravasi).

Quanto è difficile per chi si sente giusto dinnanzi a Dio iniziare un cammino di conversione, di impegno, di ammissione delle proprie colpe, della propria ipocrisia, di non essere migliore di tanti altri. Tant'è che, con amarezza, alla fine Gesù dirà che è più facile che si converta un peccatore piuttosto che un presunto praticante, sicuro della sua giustizia, illuso di "fare un cammino”.

Abbiamo poi il secondo figlio: lì per lì nemmeno lui vuol fare ciò che gli dice il padre, ma la sua ribellione è solo iniziale. Ha un cuore sensibile, vicino a quello del padre anche se non lo sa. È capace di vincere la sua iniziale non voglia, di non fermarsi a ciò che gli piace o non gli piace fare, e sceglie ciò che è giusto fare anche quando costa! «In questo figlio si profila la categoria di molti ribelli, dei peccatori, degli indisciplinati per la legge e nel giudizio comune, capaci, però, di gesti generosi, pronti a far sbocciare un fiore di amore nel deserto della loro esistenza impura. Sono "i pubblicani e le prostitute" della spiegazione finale che Gesù aggiunge alla parabola. La voce del Cristo è un appello di conversione e di impegno anche per i ribelli perché, rinnegando il loro passato, si incamminino sulla strada del campo, cioè della vita nuova» (card. G. Ravasi).

Comprendiamo, dunque, che l'invito alla conversione è per tutti e due i figli, da un modo di agire che spesso troviamo anche in noi, con i nostri sì e con i nostri no. Noi non siamo uno dei due figli ma siamo tutti e due i figli, e la nostra salvezza sarà quando riconosceremo in noi il peccato che rimproveriamo agli altri. Solo allora, e non prima, ci sarà possibile convertirci.

Un santo monaco disse un giorno: voi venite in questa chiesa a chiedere a Dio che faccia ciò che voi volete. Io cerco di vivere in questa chiesa chiedendo a Dio di poter fare ciò che Lui vuole. È qui il punto: fare ciò che Dio vuole!

La parabola dei due figli è in profonda sintonia con il messaggio di Ezechiele. Purtroppo, il pregiudizio di alcuni interpreti antichi – che idearono l’identificazione del primo figlio (che dice «sì», ma non obbedisce) a Israele e del secondo figlio (che dice «no», ma obbedisce) alla chiesa dei gentili, manipolando persino i manoscritti originari – ha prodotto una profonda falsificazione del senso della parabola.

La questione non è secondaria, perché Matteo non intende fare di questa parabola un giudizio sulla situazione di Israele in rapporto a Cristo. Il problema è un altro, e concerne la strada della conversione su cui pubblicani e prostitute si sono incamminati nonostante la loro condizione, a differenza dei pii e giusti che la rifiutarono a motivo del loro perbenismo. Si tratta di una questione di fondo, che attraversa la società e la chiesa: «chi è il vero credente?».

Colui che professa la propria fede, ma non la vive, oppure colui che – pur non dichiarando la propria fede – fa la volontà di Dio?

Anche qui, però, bisogna fare attenzione a non svilire il messaggio con semplificazioni troppo rapide. Matteo non condanna l’ortodossia di chi crede, ma la frattura che si crea spesso tra ortodossia e ortoprassi.

L’unità tra confessione di fede e prassi è uno dei punti forti dell’evangelo secondo Matteo, come ho già avuto occasione di rilevare in altri momenti dell’anno liturgico. L’evidenza scaturisce da alcuni passaggi fondamentali dell’opera, in cui ai credenti che fanno sfoggio delle loro opere prodigiose e dei carismi più ambiti «Signore, Signore! Non è nel tuo nome che abbiamo profetizzato e cacciato i demoni, e nel tuo nome abbiamo fatto miracoli?» viene risposto in maniera sferzante e inappellabile: «non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!» (Mt 7,21-23). L’in­vocazione «Kyrie, Kyrie / Signore Signore» mostra che siamo all’interno di una comunità cristiana in cui – analogamente alla situazione di Corinto – profezia, esorcismi e miracoli, rappresentavano per chi li esercitava, un motivo di prestigio e di vanto. La polemica, naturalmente, non ha come obiettivo diretto la profezia e neppure i miracoli: essi accompagnano sia l’annuncio di Gesù, sia quello dei suoi inviati, ma non sono segni incontrovertibili di una comunità cristiana. Ciò che definisce un discepolo di Cristo è il compimento della volontà del Padre.

In questa luce, pubblicani e prostitute diventano un modello per quelli che dicono e non fanno, perché essi hanno avuto la forza di ricredersi, mentre i cosiddetti ortodossi che professano la loro fede soltanto a parole non hanno mai il coraggio di mettere in questione se stessi e le proprie certezze. Il monito di Gesù è da prendere assolutamente sul serio, se si vuole evitare che sia ancora attuale la denuncia del grande scrittore francese Georges Bernanos: «Dio non sceglie gli stessi uomini per custodire e per compiere la sua Parola».

La parabola dei due figli: l'apparenza contro la concretezza - Perché un "no" trasformato in azione vale più di un "sì" di facciata - Come superare le resistenze quotidiane e scegliere il bene.

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