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Vangelo di Domenica 28 giugno 2026

XIII settimana del Tempo Ordinario - Anno A

L’Amore che apre le porte: oltre il recinto dell’egoismo

 

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 10, 37-42)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: "Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto.
E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa".

Parola del Signore.

 

Il commento di don Michele Sciotti

Fratelli carissimi,

vorrei aprire queste riflessioni sul vangelo di questa XIII domenica del TO con una provocazione salutare, che questo testo pone sotto la nostra attenzione e che, credo, ci aiuti a comprenderne bene il senso per la nostra vita di fede quotidiana.

Diciamocelo francamente: a volte le nostre chiese, le nostre assemblee, sembrano più delle sale d’attesa che delle comunità. Stiamo vicini, ma non ci sfioriamo né interagiamo tra noi nemmeno con il pensiero. Recitiamo le stesse preghiere, ma ognuno resta chiuso nel proprio guscio di preoccupazioni, di ambizioni o di amarezze. Ecco, il Vangelo di questa domenica ci lancia una sfida che scuote questa nostra apatia: ci dice che la nostra fede si misura dalla nostra capacità di farci spazio gli uni con gli altri, cioè di accoglierci.

Tutto parte da un gesto semplice, quasi domestico, che leggiamo nella prima lettura, tratta dal Secondo Libro dei Re. Una donna nota un uomo di Dio, il profeta Eliseo, che passa per Sunem, la sua città, e lo invita a pranzo. Successivamente, ogni volta che il profeta ripassa per quella città, ella non si limita a un saluto formale, ma gli fa spazio in modo nobile all’interno della propria casa e della propria vita. Gli prepara, infatti, una stanza, un letto, una sedia, un candeliere: non gli offre, insomma, solo un ricovero notturno, ma un vero e proprio luogo di intimità, nel quale il profeta possa raccogliersi, riprendere le energie e, nello stesso tempo, sentirsi come a casa propria.

Il gesto della donna sunamita, dunque, non è solo ospitalità: è un vero e proprio atto di riconoscimento. Ella vede in quello straniero una presenza che merita attenzione. E qual è la ricompensa? Una vita che rinasce dove c’era sterilità.

Ecco, allora, il punto fondamentale da tener presente: quando apriamo la porta a un altro, accogliendolo nella nostra vita, non stiamo solo facendo un favore a lui; stiamo permettendo alla vita stessa di tornare a scorrere nella nostra casa

Concentriamoci, ora, sul brano del Vangelo. Gesù porta il discorso dell’accoglienza a un livello vertiginoso. Ci dice, infatti, che accogliere un discepolo, un profeta, o anche solo dare un bicchiere d’acqua fresca a un “piccolo”, significa accogliere Lui. E accogliere Lui significa toccare il Padre celeste.

Notate come qui non si parli di grandi gesti eroici: un bicchiere d’acqua è il “minimo sindacale” dell’umanità. Eppure, se quel gesto è fatto con la consapevolezza che l’altro appartiene a Cristo o, come ci ricorda un altro celebre passaggio del vangelo di Matteo, che nell’altro è Cristo stesso che si rende presente (cf. Mt 25,31ss.), allora quel bicchiere diventa quasi un sacramento. Accogliere l’altro significa, infatti, uscire dalla “dittatura dell’Io” per interessarsi attivamente al volto che abbiamo davanti. In altri termini, significa “perdere tempo” ad ascoltare con pazienza, a discernere, a valutare, a manifestargli la nostra solidarietà; in una sola espressione, a «portare i pesi» di chi ci sta accanto, come ci ricorda l’apostolo Paolo nella lettera ai Galati (cf. Gal 6,2).

A questo punto, però, non possiamo eludere una domanda fondamentale: come dobbiamo accoglierci? Quale deve essere, in altri termini, il modello della nostra accoglienza reciproca? È ancora Paolo a risponderci e lo fa, nella lettera ai Romani, con una chiarezza spietata: «Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo ha accolto voi». (Rm 15,7).

Fermiamoci un attimo a pensare: come Gesù ci ci ha accolti? Ebbene, Cristo non ha aspettato che fossimo “in regola”, che avessimo i titoli giusti o la condotta perfetta. Ci ha accolti mentre eravamo ancora peccatori, mentre gli voltavamo le spalle, nonostante l’infinito dislivello che c’è tra la sua santità e la nostra miseria.

Se Egli ha annullato questa distanza, con quale coraggio noi, spesso, alziamo muri o mettiamo barriere territoriali, culturali o sociali tra noi e i fratelli, sia vicini (familiari, parenti, amici, colleghi di lavoro) che lontani? Accogliere un fratello – qualunque fratello, sia uguale a noi, sia diverso da noi – non è “buonismo”: è l’unica via per essere degni di Gesù stesso!

È chiaro che, poi, quando si parla dell’accoglienza di chi è diverso da noi (cioè, per intenderci, coloro che chiamiamo comunemente gli immigrati), l’accoglienza da sola o fine a stessa non basta. A essa, infatti, deve necessariamente seguire l’inserimento di questi nostri fratelli in umanità all’interno della nostra cultura, delle nostre strutture sociali e del nostro modo di vivere: in questo senso, tutte le politiche volte a una positiva e fruttuosa integrazione (quando essa è possibile) di chi è diverso da noi sono cristianamente non solo lecite, ma bene accette e vanno incoraggiate. Quello che qui mi preme sottolineare è che il problema dell’accoglienza è un problema che ha innumerevoli risvolti, sia interni alla comunità cristiana, sia più propriamente sociali (ossia, al di là dei confini della stessa comunità cristiana). 

Il banco di prova o, se vi piace, il “il momento della verità” di quanto ci stiamo dicendo è proprio la Santa Messa. Domandiamoci, allora: perché spesso ne usciamo freddi e identici a prima? Forse perché non ci siamo davvero accolti prima di spezzare il Pane, ma preferiamo rimanere nel nostro guscio. Ricordiamoci che Gesù, nel Cenacolo, si rivolse ai discepoli chiamandoli «figlioli» e lavò loro i piedi (cf. Gv 13, 5.33), volle che la sala che doveva accoglierli fosse pulita e adornata con tappeti e cuscini (cf. Lc 22, 12). Insomma, creò per loro un clima familiare e di calore.

Se la nostra liturgia non produce mutamenti nel nostro modo quotidiano di vivere, ciò accade perché ognuno preferisce stare nel proprio anonimato. La gioia, che è il vero contrassegno dello Spirito, scatta solo quando un gruppo di persone decide di accettarsi reciprocamente, con le proprie ferite e le proprie povertà. Solo allora quella celebre espressione di Gesù: «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono lì in mezzo a loro» (Mt 18, 20) smette di essere una citazione e diventa un’esperienza concreta di vita, un evento di salvezza per ciascuno di noi.

In ogni Eucaristia viviamo il paradosso più grande: noi, poveri e spesso laceri dentro, veniamo ammessi alla tavola del Re. Egli non ci chiede il pedigree, ci chiede la nostra fame e non smette mai di invitarci, ripetendoci «Venite, mangiate il pane e bevete il vino che ho versato per voi». (Pro 9,5).   

L’invito per questa settimana è questo: proviamo a guardare chi ci vive accanto – in famiglia, al lavoro, in parrocchia – con gli occhi di chi sa che in quel volto, anche il più difficile, si nasconde il Maestro. Apriamo quella stanza interiore, offriamo quel bicchiere d’acqua, perché la Verità non è mai prigioniera dei nostri concetti (o, se vogliamo, dei nostri preconcetti), ma cammina sulle gambe degli uomini che abbiamo il coraggio di accogliere.