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Vangelo di Domenica 7 giugno 2026

Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo- Anno A

Carissimi, oggi il commento al Vangelo è di don Michele Sciotti.

Dal Vangelo secondo Giovanni ( Gv 6, 51-58)

In quel tempo, Gesù disse alla folla: 
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Parola del Signore.

Commento al Vangelo di don Michele Sciotti

Fratelli e sorelle carissimi, oggi la Chiesa celebra la solennità del Corpus Domini, cioè del Santissimo Corpo e Sangue del Signore. In questa solennità, essa ci mette davanti a un elemento che usiamo ogni giorno e che ci è talmente familiare, da dimenticare spesso la potenza di cui può essere portatore: il Pane.

Se, infatti, leggete bene i Vangeli, vi accorgerete che Gesù stesso sembra avere quasi un’“ossessione” per il pane, tanto da scorgerlo ovunque: nelle messi che biondeggiano in primavera, nelle briciole che cadono dalla tavola del ricco Epulone, nel pane abbondante che, probabilmente, il Figliol Prodigo sognava di notte, mentre moriva di fame e ripensava alla tavola in casa di so padre. Addirittura, Gesù si è spinto a paragonare Se stesso a un chicco di frumento che deve morire sottoterra, deve “sparire” per poter dare la vita a molti.

Ecco, la solennità odierna ci riporta proprio a questa grande verità fondamentale e preziosa della nostra fede: il Pane dell’uomo, il Pane, cioè, che nutre la sua vita, la sua fede, il suo cammino e li sostiene – e che è al centro della liturgia di oggi e di ogni Santa Messa che quotidianamente si celebra nelle nostre chiese – questo pane e, appunto, Gesù Stesso!

Ma qual è il segreto di questo pane consacrato che è Cristo stesso? C’è stato un filosofo dell’Ottocento di orientamento materialista, di nome Ludwig Feuerbach (1804-1872), che ha detto una frase famosissima: «L’uomo è ciò che mangia». Con questa affermazione Egli voleva dire che siamo solo carne e materia, cercando, così, di smontare l’esistenza stessa di Dio e di ogni realtà spirituale o trascendente. In realtà, senza volerlo, ha dato una delle più belle definizioni che si possano dare dell’Eucaristia: questa frase, infatti, applicata all’Eucaristia paradossalmente ci è di notevole aiuto nel cogliere il grande miracolo che si attua in questo sacramento.

Normalmente, quando mangiamo qualcosa, è il nostro corpo che assimila il cibo e lo trasforma in noi. Con l’Eucaristia accade l’esatto contrario: è il Pane che assimila noi, cioè è Cristo che ci assimila a sé! Noi diventiamo ciò che mangiamo. Non siamo noi a “possedere” Cristo nell’ostia, ma è Lui che ci “prende” e ci trasforma in membra vive del suo corpo. Come amavano ripetere gli stessi Padri della Chiesa: diventiamo ciò che riceviamo.

Attenzione, però: questa trasformazione non è un atto magico, ma implica una precisa responsabilità, che può essere ricavata dalle parole che Paolo rivolge alla comunità di Corinto, una parte delle quali costituisce la seconda lettura di oggi.

Nei primissimi tempi della vita della Chiesa, infatti, era consuetudine celebrare l’Eucaristia all’interno di un pasto conviviale. Partendo da questa usanza e notando le differenze (in termini di ricchezze e di beni posseduti) tra i diversi commensali – differenze che, evidentemente, dovevano essere particolarmente accentuate nella comunità di Corinto – Paolo usa parole durissime che dovrebbero farci tremare. Dice, infatti: se vi radunate e nella vostra comunità c’è chi scoppia di cibo e chi muore di fame e, per di più, l’Eucaristia viene celebrata tra rancori, odi e divisioni, senza che ci sia stata vera riconciliazione con i propri fratelli, ebbene: quella che celebrate non è la cena del Signore, ma solo una recita, una messinscena, un’illusione.

Qualche secolo più tardi un altro grande teologo e Padre della Chiesa occidentale, Agostino, userà un’immagine formidabile per spiegare il rischio messo in evidenza da Paolo. L’immagine è questa: pensiamo a un uomo che vede arrivare un amico che non incontra da anni. È felice, gli corre incontro, si alza sulla punta dei piedi per baciarlo sulla fronte ... ma nel farlo, non si accorge che con le sue scarpe chiodate gli sta calpestando i piedi.

Questo è ciò che spesso facciamo noi. Andiamo a ricevere la Comunione, cerchiamo di “baciare il volto” di Dio con la nostra devozione, ma poi calpestiamo i suoi piedi nel fratello che abbiamo offeso, nel povero che ignoriamo, nell’emarginato che ci dà fastidio. I poveri sono i piedi di Gesù che ancora camminano in questa terra. Non puoi amare la testa (Cristo) se calpesti i piedi (il prossimo).

San Tommaso d’Aquino, il più grande teologo della Chiesa nonché grande cantore del Sacramento dell’Eucaristia – fu proprio a lui, infatti, che, nel 1264, il papa Urbano IV, istituendo ufficialmente la solennità odierna e estendendola alla Chiesa universale, affidò la composizione dei testi liturgici di questa solennità, che sono in uso ancora oggi – nella sequenza Lauda Sion Salvatorem (che si legge prima del Vangelo nelle Sante Messe di oggi) definisce l’Eucaristia come cibo dei viandanti (cibus viatoruum), ossia il cibo di chi attraversa il deserto di questa vita e si sente stanco.

Questa definizione ci dice che l’Eucaristia non può essere ridotta solo e soltanto a un “premio” per i buoni, ma Essa è soprattutto la forza per chi vuole ricominciare. È questa la ragione ultima per cui il Pane eucaristico ci chiede di diventare, a nostra volta, pane spezzato per gli altri.

Oggi, quando vi accosterete all’altare per ricevere la Comunione, chiedetevi: «Nella mia vita di ogni giorno, con il mio modo di pensare e di agire, sto baciando il volto di Dio o, piuttosto, sto calpestando i suoi piedi?». Non permettiamo che la nostra vita eucaristica sia un banchetto egoista. Impariamo a condividere ciò che siamo, perché solo così il pane che mangiamo diventerà per noi vita eterna. Sia questa la nostra vera festa e, soprattutto, sia questo il significato per noi più profondo che essa ci lascia.